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Tratto dai Racconti di Berlino di Christopher Isherwood (e dalla commedia di John Van Drutcn “Sono una macchina fotografica”, allestita in Italia da Michelangelo Antonioni), Cabaret presenta un night club di Berlino negli anni ’30, come una metafora della decadenza del mondo nella Germania prenazista.

I numeri del Kit Kat Klub, che coinvolgono il maestro delle cerimonie, la cantante Sally Bowles, le ballerine e l’orchestra femminile, si intrecciano con la storia del romanziere giunto a Berlino in cerca di ispirazione, Cliff Brafshaw che trova alloggio da un’affittacamere, Fraulein Schneider, e si innamora della cantante Sally.
Nella Germania di quegli anni non c’è posto per l’amore, soprattutto per quello tenero tra Fraulein Schneider e l’ebreo Herr Schultz; e lo stesso Cliff non può assistere impotente al cammino dell’umanità verso l’imminente catastrofe.
Le canzoni di Kander Ebb, rese celebri dal film di Bob Fosse, dove erano interpretate da una prorompente Liza Mannelli e da uno strepitoso Joel Grey, evocano a volte Kurt Weill mentre le scene e i costumi si rifanno ai dipinti di George Grosz.
“C’era una volta un cabaret, c’era un maestro di cerimonie, c’era una città che si chiamava Berlino e una nazione che si chiamava Germania, in cui viveva quell’effetto speciale dell’anima umana che si chiamava Sally Bowles. Se fosse una fiaba, comincerebbe così. Ma Cabaret non è una fiaba, è uno di quei musical che rispecchiano la vita e tutte le sue meravigliose brutture, anche cantando e danzando, cioè conservando la convenzione anti-naturalistica propria del melodramma.
Al di là dei meriti della bellissima riduzione cinematografica di Bob Fosse (uno dei pochi hollywoodiani che sapevano quanto nel musical fosse inscritta la spina della tragedia, vedi All that Jazz) e della strepitosa performance che valse alla Minnelli – ma anche a Joel Grey -, nel 1972, l’Oscar che (sua madre Judy Garland non aveva mai avuto) la fortuna dello spettacolo, in tutte le parti del mondo, sta nel fascino della “decadenza”. La decadenza dei costumi e della morale di Berlino, la città sull’orlo del baratro nazista in cui il cabaret rappresentava davvero uno scopo primario delle vite notturne: c’era quello in cui si andava per cercare il sesso facile, dove si contattava per telefono e c’era quello ispirato alla rabbia politica (vedi Brecht e i suoi amici).

 

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Sally è il simbolo un pò di tutti e due, pur appartenendo di diritto alla prima categoria. Ma se in Cabaret ci fosse lo zampino di Brecht e Weill nessuno si stupirebbe più di tanto. Questa ragazza spregiudicata, idea plutoniana della frivolezza, eccentrica e pazza, dall’aspetto egizio, che ballando e cantando (male, dicono i diretti testimoni) osservò la rovina del paese che nel ’25 aveva fondato le SS, cioè una ferita del mondo che non si rimarginerà più, è anche il frutto di un’osservazione storica e sociale. Il bello è che nasce da un personaggio vero: come direbbe il neorealismo, preso dalla strada (di notte). E se non si peccasse troppo di retorica si potrebbe paragonarla a una farfalla che sbatte impazzita le ali contro una prigione: è retorico, fate finta di non aver eletto.
Rispetto al notissimo film degli otto Oscar, ovunque gustato (con quale ritardo per la verità dal nostro pubblico, che ha aspettato la programmazione di massa), la versione teatrale, cioè il Cabaret originario, che a Broadway rimase in scena dal ’66 al ’69 diretto dal bravissimo Harold Prince, è abbastanza diverso. Ci sono molti numeri musicali e coreografici e alcuni personaggi in più (gli affittacamere), scompare il fascino ambiguo del mènage a trois con biondino Michael York; ma c’è già la scena luminosa del Kit Kat, c’è la mitica Lotte Lenya in Weill (indi Lila Kedrova), c’è lo straordinario espressionista Joel Grey, che poi farà parte della fortuna del film.
Scritto da Joe Masteroff, musicato da Kender Ebb, Cabaret è il più europeo dei musical americani e vanta una colonna sonora eccitante, giustamente entrata nel patrimonio del “fischiettio” comune: da “Mein Herr” a “Two ladys”, da “If you could see her” a “ Money, money” a “Life is a cabaret”, diventato quasi un inno internazionale della speranza, nonostante tutto.

 

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